Io sono verticale // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Io sono verticale // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero
con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare
di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà
di un’aiuola ultradipinta
che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto
dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me,
un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta,
ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita,
dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera,
all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso
i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo
ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro
nel modo più perfetto
– con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io
siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno
che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath

28.04.1961, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Io sono verticale // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Si presti attenzione al titolo che avvia la poesia Io sono verticale: in esso è esplicitata in maniera immediata la condizione dell’appartenere alla specie umana, dotata di intelletto e, dunque, della capacità di far riferimento al contesto “spazio – figurale” in cui l’io narrante si ritrova. In questo spazio fatto di posizioni e collocazioni, in questo dirsi Io sono verticale, Sylvia Plath ha piena coscienza di camminare, di essere dotata della capacità di spostamento (capacità di spostamento, dunque, potremmo parlare di un viaggio di conoscenza e di compenetrazione con l’ “Assoluto”.

Sembra quasi che Sylvia Plath, dall’alto della sua scienza e conoscenza, della sua essenza angelica, stia osservando il mondo o, almeno, quella parvenza di realtà, nella quale si trova scaraventata. C’è da chiedersi cosa ha visto intorno a sé che le fa desiderare di collocarsi in altra posizione rispetto a quella eretta, dell’ Io sono verticale? Si ma verso dove? Sylvia Plath sembra girare su se stessa, e scruta gli orizzonti, nei giorni che si susseguono, con tale monotonia che sente un bisogno di evasione.

Una volontà di autodeterminazione la spinge a sognare, a ipotizzare di mescolarsi alla terra – madre, come per sentirsi partecipe di quel mistero della creazione, e ricondursi all’origine del tutto. Ecco il respiro infinito di Sylvia Plath, quella sua voglia di volare e viaggiare per smisurati cieli, dove raccogliere indizi e tracce che la conducano alla scoperta della grande verità, della verità primordiale, e delle molteplici vite che popolano gli universi. Per realizzare questo progetto, Sylvia Plath sa che dovrebbe mutare la sua posizione nello spazio, sa che dovrebbe annullare le geometrie, dovrebbe porsi oltre le frontiere del tempo per essere in grado di percepire e assimilarsi alla terra – madre, e, dunque, all’eternità.

Stupenda l’immagine della vita, almeno di questa conosciuta, raffigurata dalle cercanti “radici” di “un albero”, un piccolo albero che al pari di un neonato ha bisogno di nutrirsi e che, per poterlo fare, necessita della presenza di una madre. Sylvia Plath sa che per l’albero c’è la terra – madre, così presente e rassicurante nella sua consistenza di “minerali”, e tanto intrisa di pure e fresche stille d’acqua che alimentano sorgenti di vita.

Viene spontaneo chiedersi quale presenza manca a Sylvia Plath, forse la madre? Sarebbe troppo riduttivo e falso sostenere questa tesi. Il concetto di madre va allargato e riconsiderato in una visione diversa: la madre è la stessa vita, non certo la donna che partorisce e cresce i propri figli. Questa madre/vita, per Sylvia Plath è un’entità sfuggente, imponderabile, assente: l’angelo, che si racconta in versi mirifici, è fuori dal contesto spazio – tempo, oltre questa non – vita che in sostanza è la vera morte.

La poetessa desidera, vorrebbe, sa di non poter rinascere nelle primavere odorose di questa sua “ennesima” vita. L’attualità della sua condizione umana è sottoposta ad una penetrante verifica, e la sua razionalità, che è immensa scienza di Dio, le vietano di illudersi: non potrà essere una giovane foglia, nè una sconfinata distesa di variopinti fiori. No, non potrà essere parte di questo presente, di questa vita – morte: la sua scienza del mondo le mostra già il futuro: le foglie e i fiori vivono della loro bellezza e fanno sospirare, sono parte di un ciclo della natura che si autorigenera.

Ecco siamo al punto nodale, Sylvia Plath sa che almeno in questo non – tempo, in questa non – vita, in questo non – spazio, non può autorigenerarsi: e questo accade perché troppo infinita è la sua percezione, immensa la sua visione e comprensione di ciò che vede. Sylvia Plath non vuole, non può, non è capace di ingannarsi e guarda innamorata l’albero e i fiori, le creature che si rincorrono nell’immediatezza e nella spontaneità, nella purezza di un ciclo senza fine. Si allungano i rami, crescono le foglie, facendo ombra ai fiori che senza timore si slanciano, si sospingono verso il cielo, e che cercano il sole.

Ma tutto questo non può essere realizzato dall’uomo, così assurdamente vincolato nei meandri senza movimento della sua non – vita. Sylvia Plath di questa immobile circolarità, di questa fissità che incatena e schianta fa un’aperta denuncia. La sua anima sente i fluttuanti suoni del cosmo, quell’insieme intersecante di miliardi di nebulose, galassie, stelle che muoiono e rinascono. Gli astri, il loro implodere ed esplodere, quel loro diventare buchi neri e, quindi degli “stargate” (porte delle stelle), affascinano Sylvia Plath. E una così immensa poetessa come potrebbe restare impassibile ai richiami degli sconfinati mondi della cui sostanza è fatta?

Dalla terra – madre, dagli alberi in fiore la vediamo slanciarsi per raggiungere il nucleo del cosmo, cuore e sostanza da cui ogni altra cosa ha origine. Ormai nella sua evasione dal mondo degli uomini e dagli orizzonti conosciuti, Sylvia Plath ha preso le distanze, non ha bisogno di lasciarsi lusingare da inebrianti ma inconsistenti profumi, né si aspetta un raggio di luce astrale. È oltre il visibile, “ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso”.

Cosa dire poi dell’ossimoro “a volte io penso… – con i miei pensieri andati in nebbia”: potrebbe sembrare un paradosso pensare con la vista appannata. Ma no signori miei! Sta proprio qui l’immensità di Sylvia Plath, è nello svestirsi di quella presunzione di ragionevolezza, nella nudità dell’anima che permette alla mente di ritrovarsi viva, viva e vera nell’unica dimensione assoluta e magica, divina ed eterna del sogno. È nel sogno che si vive, è nell’estraniarsi alla realtà degli uomini che si aprono le porte del tempo, allora lo “stargate” lascia che l’anima viaggi, voli, si inerpichi sulle cime più alte dei più lontani mondi per vedere, ammirare e fondersi all’ “Eterno”.

Cosa cerca, dunque, Sylvia Plath?

Ma, sicuramente, la via che la conduca alla verità, alla salvezza eterna, al rendersi parte di quella creazione/non-creazione che esiste da sempre.

E in questa sua intenzione è ferma, decisa e si dispone a riconciliarsi con le particelle infinitesimali della terra, quella terra che le accarezzerà le spalle, mentre lei si immergerà nell’estasi di quell’ “…infinitesimo lume delle stelle…”. In questa simbiosi, nell’estasi contemplativa, da un lato, avrà modo di toccare i cieli, di palpare e sentire la loro sostanza, dall’altro, la terra – madre, nella forma degli alberi e dei fiori, l’avvolgerà nel perenne ciclo della rinascita.

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Dipartimento di Lettere e Filosofia, prof. Ciro Sorrentino

Mistica // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Mistica // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Mistica

L’aria è un mulino di roncole —
Domande senza risposte,
scintillanti e ubriache come mosche
di cui i baci scottano insopportabilmente
negli uteri fetidi di aria nera sotto i pini estivi.

Ricordo
il morto odore del sole sulle cabine di legno,
la rigidezza delle vele, lenzuola lunghe avviluppate dal sale.
Da quando si è conosciuto Iddio, qual è il rimedio?
Da quando si è stati inquadrati

senza che mancasse alcuna parte
nemmeno un dito del piede, della mano, e che si è stati usati
del tutto usati, nella conflagrazione del sole, le macchie
che protuberano da antiche cattedrali
qual è il rimedio?

La pillola della pasticca per la Comunione,
il passeggiare accanto ad acque quiete? La memoria?
O il raccogliere scintillanti frammenti
del Cristo nei musi di rodacei,
gli addomesticati roditori di fiori, quelli

di cui sono così poche le speranze che si sentono confortevoli–
La donna gobba nella sua casetta linda
sotto i raggi della clematide.
Non v’è amore dunque, ma solo tenerezza?
Forse che il mare

ricorda chi vi cammina?
Intendendo falle delle molecole.
I camini della città respirano, la finestra suda.
I bambini saltellano nelle loro brande.
Il sole fiorisce, è un geranio.

Il cuore non s’è fermato.

Sylvia Plath

Mistica // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

In Mistica Sylvia Plath fornisce una summa della sua poetica, disponendo in perfetta sintesi tutte le suggestioni emotive e i pensieri che da sempre hanno percorso la sua arte. Da questa fusione di genialità e ritmo musicale deriva una sovrapposizione spontanea di suoni e colori, un crescendo espressivo e drammatico che sottende una tesi gnoseologica e una teoria Mistica.

È nelle forme e nei modi di una valutazione prospettica ed ermeneutica che bisogna collocarsi per “leggere” e decodificare i segni e i simboli compresi nei versi che compongono Mistica, testo fondamentale per una nuova ed autentica interpretazione dell’ideologia di Sylvia Plath. Occorre liberarsi dal pregiudizio che un’autrice di tale livello (lo stesso vale per tutti i più grandi artisti) sia condizionata nello scrivere dagli eventi della sua vita privata: semmai, quelle circostanze sono state “esorcizzate” e inquadrate in una prospettiva più ampia a livello di riflessione “speculare” e critico – conoscitiva.

Nel caso di Mistica, la parola di Sylvia Plath riflette gli aspetti essenziali di una meditazione filosofica che si presta all’elaborazione di una “chiave” di lettura della dimensione spazio – tempo, o della “distorsione” dell’universo conosciuto. I versi di Mistica si dispongono come una sintesi esaustiva dell’indagine artistica di Sylvia Plath, sono essi l’epilogo di un’estenuante ricerca di una verità ultima ed assoluta, l’unica adatta a “mediare” un possibile “approdo” su un’isola felice. La donna/eroina, l’eroina/angelo, l’angelo/Dio, Sylvia Plath ha compreso, in maniera definitiva e tragica che la realtà visibile è paragonabile ad un tuttonulla in cui ogni evento può dilatarsi e restringersi, secondo l’intendimento con cui ci si dispone ad “osservare”.

Nell’ottica di un realismo – critico, è manifesta l’idea di un vuoto impossibile da colmare, e altrettanto evidente è l’intenzione di voler rappresentare un indicibile dolore prodotto dallo scontro dualistico tra l’io privato e la storia stessa degli uomini. La dialettica derivante da questa estrema dicotomia, che si sviluppa come mancata comunione tra le ragioni dell’io profondo e la prevaricazione della storia, mentre opprime tutti quelli che non s’avvedono del baratro delle sabbie mobili, emancipa e libera chi, come Sylvia Plath, è riuscito a cogliere e scorgere le “atmosfere” stranianti e divinatorie dell’esperienza. Sylvia Plath diventa oracolo di una verità innegabile: l’uomo è solo di fronte ad una “poliedricità” di significati che finisce per generare un ulteriore vuoto interiore e altrettanta impossibilità a “sentire” la vita e la morte come unicità di un tuttonulla che sovrasta ogni evento. Tanta disarticolazione e disarmonia della realtà visibile spinge Sylvia Plath a valutare con apprensione verso quale meta dirigersi, affinchè il “viaggio” intrapreso le dia la possibilità di ritrovarsi nella “circolare” coscienza del tuttonulla.

Si diceva in apertura che Mistica ripercorre i motivi di fondo e gli orientamenti artistici dell’autrice e, di fatto, nel susseguirsi dei versi, emerge forte un bisogno intellettuale di guardare in ogni direzione per carpire “segni” e sciogliere dubbi, svelare i segreti che pervadono la natura, gli uomini, l’ignoto. Ancora una volta l’immensa voce poetica di Sylvia Plath si erge come uno squillo di tromba, sembra che questa voce virtuosa stia suonando la “carica” per assestare i colpi vincenti nella battaglia finale con un ipotetico fato della negazione.

Si leva alto il suo grido, e la vediamo cavalcare contro travolgenti venti che mai riescono a disarcionarla. Sua è la spada di Artù, sua la penna che il Verbo scrive sui fogli bianchi della storia. Paladina dello scibile, protettrice delle ragioni profonde dell’essere, è l’angelo che non arretra, che non vuole rescindere dal suo più nobile scopo: la consapevolezza di doversi immergere nelle “turbolenze” della storia umana per placarne la furia devastante.

Sylvia Plath vuole scalare le vette più difficili e impervie, raggiungere le sommità per fissare lontani e nuovi orizzonti; e in questo difficoltoso, a volte, labirintico procedere, si affanna a seguire un “filo di Arianna”, le tracce invisibili che possono condurla a un possibile “Altrove” in cui realizzare una perfetta catarsi. Sylvia Plath, l’io drammatico, il “grillo parlante”, la parola divenuta poesia, è giunta così a comprendere e denunciare la “bolla dimensionale” in cui l’individuo vanamente si dimena, restando sospeso e impigliato come un “pesciolino” nella “rete”.

Ma di quale fitta trama parliamo, di quale aggrovigliati limiti e catene si tratta, quali sono gli abissi che fagocitano, non già Sylvia Plath, ma l’umanità intera nella vertigine che tutto relativizza e sconcerta? È su questa domanda che si costruisce Mistica, è su questo campo insondabile dell’improbabile che Sylvia Plath galoppa, e con la sua “lancia” d’inchiostro sigla e incide i risultati della definitiva vittoria.

L’apertura della lirica muove dalla scoperta che la vita è carica di finzioni: qualcuno o qualcosa, lo stesso procedere degli eventi umani, ha incrinato l’equilibrio naturale, ha alterato la purezza dell’ “aria”. È la denuncia di un mondo che, tutto preso dalla frenesia di manipolare gli elementi della natura, ha finito per negare la possibilità di ritrovarsi nella fragranza di un primitivo respiro.

Quel “mulino di uncini” si erge come invalicabile barriera sul cammino dell’uomo: pale impazzite arginano ogni possibile tentativo di evasione. Ogni sentiero è sbarrato, la mente si ritrova nell’impossibilità di trovare una risposta definitiva, una soluzione tangibile che dipani e dissolva i dubbi esistenziali. La vita è, dunque, un torrente in piena, colmo di finzioni, di ambiguità sfuggenti, che atterriscono e annichiliscono, lasciando “senza risposte”.

Il peso del vuoto diventa un macigno che, nei suoi folli e “scintillanti” rimbalzi precipita improvvisamente, schiacciando l’individuo, i suoi pensieri, i suoi sogni, la speranza. L’ “aria” è stata ridotta a un coacervo di pesanti atmosfere da un mondo insensato, un mondo che vanamente gira intorno ad inutili fedi, artificiose certezze che si appiccicano come viscidi insetti, fastidiose “mosche”. “Mosche” saltellanti, animate portatrici di veleni, che inevitabilmente esasperano senza tregua, straziando il cuore nei meandri della stagnazione e delle oscure ombre.

Ma il dramma esplode nella seconda strofa di Mistica, laddove prende corpo la voce dell’anima di Sylvia Plath, quando si scioglie tutto il suo dolore e la pena si concentra, esaltandosi, in quel “Ricordo”. Ed è, quel ricordo, una rivisitazione drammatica e liberatoria da un’esperienza spaziale e temporale che le ha fornito, paradossalmente, una superiore lucidità d’intendimento. È in questa disposizione razionale e Mistica che Sylvia Plath può svincolarsi dai limiti terreni, riuscendo a realizzarsi come deità, cui spetta la legittima capacità di comprendere e descrivere il tutto e il nulla.

Nella sua solitudine, nel silenzio che le parla, nella grande Mistica “Stasi”, Sylvia Plath può rivedersi allo specchio e sorridere dei tramonti che si riversano sulle misere e fugaci credenze degli uomini, sulle loro “case di legno”, nelle quali presto – come un fuoco di paglia – si dissolvono le attese. La rivelazione improvvisa ed epifanica le consente di percepire un dilagante senso di vuoto, i sogni infranti, le “vele” ravvolte ed inesorabilmente irrigidite dall’inconcludenza che blocca la volontà e l’iniziativa dei piccoli e fragili uomini.

E questa epifania in progress è una scienza divinatoria e immaginifica, la Mistica lungimiranza che eleva Sylvia Plath al di spora di ogni profeta; è lei l’unica creatura mirifica in grado di vedere, nel fondo della spirale dell’inconsistenza, il vero volto di Dio. Ed è solo lei che, dopo aver scoperto la purezza dell’invisibile Oltre, può chiedere come sia possibile continuare a fingere e a patteggiare con una vita ridotta a risibile esperienza. Solo a lei spetta il privilegio di fissare, con lucida comprensione, l’assurdo spettacolo della vita, e solo a lei è consentito affermare che non è possibile librarsi oltre i vincoli umani che creano le condizioni perché gli individui vengano “…usati del tutto usati…”, rapiti, interamente incatenati nel moltiplicarsi delle trappole che confondono e deviano il cammino.

A determinare tale inconcludenza è il falso baluginio delle lucenti cattedrali, le misere fedi degli uomini: conseguenza di tanto disordine è un naufragio nel dilagante non senso, un naufragio al quale Sylvia Plath cerca una possibile e Mistica alternativa, l’ancora che renda stabile la nave nel tramestio delle onde che s’infrangono senza sosta. Quella nave, a ben vedere, è la stessa che lei manovra per raggiungere l’isola felice dove piantare altri semi e ricominciare una nuova e Mistica esistenza.

Sylvia Plath è tutta protesa nella ricerca di un’alternativa da contrapporre agli affanni e alle pene di una realtà che soffoca e che continuamente respinge indietro il vascello del viaggiatore/pioniere che su vergine terra vuole edificare. Ma in questa dimensione terrena sembra che nulla possa dare certezze, e le perplessità si moltiplicano a dismisura, tanto che Sylvia Plath sembra esitare, non trovare riparo, nè mete adeguate.

Forse potrebbe orientarsi alle mitiche fedi, ad un rassegnato silenzio,ad un rifugio nel mito. Ma queste alternative sono ripieghi e non scelte volitive: “La Comunione”, le “acque quiete”, “La memoria” sono indizi di uno smarrimento che defrauda l’uomo di ogni sicurezza, lasciandolo nella desolata condizione del “non so” e del “non posso”. Un’ostia consacrata, un tuffo nelle placide acque, un ricordo felice sono risibili e vani rimedi, sono tutte inutili soluzioni che provocano altrettanta indeterminatezza, un nuovo dilemma, l’ennesima piena di “Domande senza risposte”.

L’indirizzo volitivo di Sylvia Plath sembra voler riporre nella parola Mistica di Cristo l’appagamento di ogni insoddisfazione: un Cristo, tuttavia, svestito dalle false auree proclamate dai contraffattori del vero (emblematica l’immagine della donna ingobbita e pia) che si smarriscono nella risibile fede degli incensi profumati e nel compiaciuto amore per se stessi. Pervenuta allo smascheramento definitivo di ogni infingimento della realtà, Sylvia Plath afferma che nessuna via razionale conduce alla “salvifica catarsi”, perchè la vita è soggetta a una dolorosa sospensione di senso e di sentimento, ad un vuoto d’amore, a colmare il quale non può bastare la “tenerezza”.

Ma facciamo un passo indietro, a quando Sylvia, in apertura, ha parlato di “aria”, “morto odore del sole”, “acque quiete”: sono tutti gli elementi che insieme alla terra, quella mai coltivata su vergine isola, potrebbero dar inizio ad una nuova vita. Questa prospettiva Mistica spiega perché, nei versi finali, si fa esplicito il richiamo al “mare”, l’infinito mare che nella sua vastità di sale, nella sua insormontabile e imprendibile forza può contenere e sostenere il guizzo sfinito, a volte confuso e smarrito, dell’errante viaggiatore.

Si faccia attenzione alla metaforica simbologia del mare: la sua infinita chiarità non è forse rappresentazione della sovrumana energia che appartiene a Dio? L’unico e insostituibile Dio che perdona comprendendo le “falle delle molecole”, le distorsioni e le incrinature che serpeggiano, lasciando annichilito e affranto l’uomo. Proprio questa apertura Mistica, questo divino intendimento fornisce la percezione della possibile rinascita sulle rive di una nuova terra, dove i focolari delle case sono di nuovo accesi e i bambini dormono nelle loro culle.

È ai confini di questa vergine isola che Sylvia Plath si protende, quasi cercando una fusione con il Sole, la luce che si espande e che nessuno può contenere, la luce calda che accenderà il “geranio” della sua primavera, della Mistica incondizionata rinascita. Alla tremenda vacuità dell’esistere, Sylvia Plath si estranea, e si fonde nella Mistica sacralità di un luminoso fiore, il geranio, appunto, che per la sua impalpabile essenza, è simbolo di una natura libera dalle forme di una realtà angusta e minimale, fissata in astratte geometrie.

Sylvia Plath sembra fluttuare tra  profumi, suoni, colori, sa già di essere oltre le luminescenze plastiche dell’umana forma, la vita e la morte le appartengono. Il paradosso morte/vita apre la via alla possibilità di rinascere, e di proiettarsi nell’oltre, nel vivido rosso di un geranio. Sylvia Plath chiude la poesia con l’epifanica Mistica scoperta che “il cuore non s’è fermato”, la storia, dunque, segue il suo corso infinito, la vita si risveglia e con essa la mente e l’anima, quella di Sylvia Plath che di Dio è voce e coscienza.

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Dipartimento di Lettere e Filosofia, prof. Ciro Sorrentino

Seduta su uno scoglio // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Seduta su uno scoglio // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Seduta su uno scoglio
in Cornovaglia
dovrei pettinarmi le chiome.
Vestirmi da tigre.
Avere una relazione.
Dovremmo incontrarci nell’aria
in altra vita e situazione,
Io e te.

Sylvia Plath

Seduta su uno scoglio // Sylvia Plath in “La voce dell’anima” – prof. Ciro Sorrentino

Il pensiero poetico di Sylvia Plath non ha confini, spazia senza limiti di tempo, lei è capace di presagire e descrivere l’essenza degli universi tutti, le possibili vite che corrono parallele per ogni creatura dotata di mente e anima. Sembra di vederla, Seduta su uno scoglio, nel suo amabile sorridente respiro, con le sue carte, nella posa di chi, perso e vivo nella “scienza e coscienza del mondo”, riesce a proiettarsi nel misterioso Altrove.

Cosa vede Sylvia Plath, cosa percepisce, da lontano, mentre, Seduta su uno scoglio, lascia che la sua penna colori il foglio bianco della Storia? Ma è più corretto dire dove si vede Sylvia Plath, in quale posa si è disposta per aprire il cuore e la mente all’ascolto di ciò che la circonda? Eccola, dunque, è lì, Seduta su uno scoglio, a testimoniare un momento, l’istante che le è baluginato come eternità e quell’istante lei coglie, lo immortala, ne prende la vita e lo rappresenta.

Viene da chiedersi il perchè stia seduta, e la risposta viene naturale: è seduta, perché sente la forza irresistibile della terra-madre che, nella forma degli scogli, la chiama per confortarla.

Ma quali pensieri impensieriscono Sylvia Plath? Cosa o chi le vieta di alzarsi e muoversi libera e spensierata su una tiepida e morbida spiaggia?

Forse il contesto sociale, la storia, il destino, la vita familiare, o tutti questi fattori messi insieme cristallizzano la sua vita, la immobilizzano, costringendola a restare seduta, ad assimilarsi o ad essere assimilata dalla fredda pietra. L’immobilità la relega su una concrezione rocciosa, come esiliata e spinta da un non-tempo e da una non-vita che non sono suoi, che non le appartengono, che non ha chiesto.

Eppure, in questa superficiale negatività, c’è ben altro, non un limite, un’imposizione, un cancello che sbarra le finestre oscurando gli orizzonti alle sue lungimiranti visioni. Non si dimentichi che gli scogli circondano le isole e le spiagge, quasi difendendole con le loro superfici ruvide e taglienti. Isole e spiagge: la magia e la proiezione poetica si materializzano e si rappresentano nel verde di una piccola terra, il cui confine è protetto e corteggiato dalle bianche spume del mare. Ora è chiaro perché Sylvia Plath sia seduta. È come se fosse di vedetta, a fissare l’orizzonte dall’arrivo di qualche vascello pirata che possa saccheggiare le bellezze del suo universo d’amore.

Dicevamo Seduta su uno scoglio. Sì, seduta come i cavalieri della tavola rotonda, come Lancillotto pronto ad alzarsi per sguainare la spada in difesa della giustizia. Ma Sylvia Plath non afferra la spada: il suo scudo e la sua lancia sono le parole e i versi che si rincorrono in un crescendo mitico e mistico. Quest’angelo/donna non teme nulla, e rischia.

Rischia ed è pronta a risollevarsi quando sarà il momento per guardare in faccia il nemico e sconfiggerlo.

E di quale nemico parliamo?

Ma della realtà stessa! Questa realtà, la realtà di un tempo fissato e deformato che Sylvia Plath ha scoperto e che denuncia con le sue parole di fuoco. Lei non sottovaluta i pericoli disseminati e ben celati nelle lussureggianti lusinghe della non-storia, della non-vita, del non-tempo. Il suo io interiore è duro e solido, rigido come una pietra di minerali, come lo scoglio. Già i minerali, ovvero tutto quello che nel nostro universo forma e dà origine a galassie e nebulose.

E cosa ha davanti a sé Sylvia Plath?

L’acqua signori miei! L’elemento più puro e cristallino, rigenerante nella sua sacralità; l’acqua come fonte battesimale, come sorgente di rinascita e candore.

Veniamo ora alla scelta del luogo, dove si trovano questi scogli?

In Cornovaglia”, terra in parte bagnata dalle acque dell’Atlantico e che per questo si trova esposta ai venti e alla forza dell’oceano. Terra, terra-madre dal clima mutevole, tipico della “corrente del golfo”, terra dove le coste sono quasi per la totalità alte e a strapiombo. Siamo sicuri che Sylvia Plath stia seduta su uno di quegli scogli, tipici “avamposti” di molti tratti di sabbia fine e dorata, che formano lunghissimi arenili dorati: spiagge che preannunciano sogni, desideri, incontri con se stesso e con l’anima gemella.

Ma di questo parleremo più avanti. È doveroso ora soffermarsi sul perché Sylvia Plath vorrebbe e dovrebbe, desideri insomma, pettinarsi “…le chiome…”. Di fatto i capelli sono espressione di un’energia viva, capace di ricrearsi in continuazione.

Occorre fare una precisazione prima di proseguire oltre. Sylvia Plath si è Seduta su uno scoglio, con alle spalle una spiaggia, ne consegue che il Sole è alto e splendente sul suo essere che viene così raggiunto da raggi avvolgenti. Ne deriva un’associazione capelli-raggi del sole che assume il valore di collegamento della sua anima con un principio superiore e spirituale. In tale prospettiva si riconosce il segno dell’avvento di una ritrovata coscienza: dalla visione interiore alla comunione con l’energia che tutto muove.

In questo evento/avvento c’è il vero recupero della propria identità sovrannaturale.

Ora i suoi capelli, continuamente lisciati diventano ondulati, rappresentano pensieri flessibili, pensieri liberi e sciolti dai nodi esistenziali. Sembra quasi sia possibile toccare le sue chiome, i biondi capelli, avvolti dalle leggere brezze del vento, su una vastità di spume odorose. E ancor più sembra materializzarsi la sua mano, mano che palpita all’unisono con il pettine nell’atto di liberare il candore dei suoi pensieri.

Lo scoglio che accoglie Sylvia Plath, che di lei è emblema di forza e slancio vitale, possiede la cristallina durezza di un gigantesco diamante che si erge a difesa di una spiaggia d’avorio. E quell’aurea spiaggia, quell’ Altrove Sylvia Plath vuole proteggere, ecco perchè vorrebbe e dovrebbe “Vestir(si) da tigre”, e di questo maestoso animale assumere la forza e lo slancio. Non sono casuali i riferimenti alla simbologia mitica. Come la tigre è simbolo dell’ordine spaziale, così Sylvia Plath è signora degli elementi: il fuoco, l’acqua, l’aria, la terra, ma, soprattutto, della luce che è Amore eterno.

Si diceva sopra dell’anima gemella, dell’ “…Avere una relazione”, una relazione che presuppone una comunione, un donarsi ed aprirsi totalmente all’altro.

Ma chi o cosa rappresenta per Sylvia Plath il soggetto/oggetto dell’Amore? Un uomo? Assolutamente no!

Sylvia Plath, la creatura/angelo, non si rivolge alla povertà e piccolezza istintiva e passionale degli uomini, piuttosto cerca un’anima che sia il suo specchio, una parola/pensiero/sentimento con cui confrontarsi e dire – Siamo! –

Non si dimentichi che lo stesso Dio, per esistere, ha bisogno che ci siano esseri pensanti che ne affermino l’esistenza. La circolarità, la Stasi o Eterno si fonda sul poter essere riconosciuto e vissuto con gli altri, per gli altri, negli altri. Ma in questa non-vita, per questo non-tempo, che sacrifica ogni esperienza d’infinito, Sylvia Plath sa che le circostanze le hanno vietato l’incontro salvifico, l’Amore disinteressato ed etereo, cristallino e trasparente, l’Amore mirifico e sublime. E a questo punto, dopo aver smascherato e rivelato il vero volto di questa non-esistenza, le sorge immediato dire – come per improvvisa epifanica estasi – “Dovremmo incontrarci nell’aria in altra vita e situazione, Io e te”.

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